Azioni postergate nelle perdite: significato ed esempio

Le azioni postergate nelle perdite attribuiscono al titolare una protezione relativa quando le perdite vengono imputate al capitale: secondo le condizioni stabilite dallo statuto, una o più altre categorie azionarie vengono colpite prima. La perdita resta della società; ciò che cambia è il momento e la misura in cui incide sul capitale rappresentato dalle diverse categorie.

Essere colpiti dopo non significa quindi avere il capitale garantito. Il titolare rimane un socio esposto al rischio d’impresa e la postergazione nelle perdite non gli attribuisce, da sola, una prelazione sugli attivi in caso d’insolvenza. Per valutarne la portata bisogna partire dalla clausola statutaria: quale diritto differenzia e rispetto a quali altre azioni?

Che cosa prevede lo statuto

L’articolo 2348 del Codice civile consente di creare categorie azionarie con diritti diversi anche nell’incidenza delle perdite. Entro i limiti di legge, spetta dunque allo statuto definire l’ordine di assorbimento e l’estensione della tutela: la sola denominazione «postergate» non permette di ricostruirli.

Se la postergazione rispetto alle ordinarie è integrale, la riduzione per perdite può incidere prima sul capitale rappresentato da queste ultime e soltanto dopo sulla categoria protetta. Lo statuto può però prevedere articolazioni differenti. La sequenza illustrata nell’esempio seguente si basa su un’ipotesi esplicita, che non va estesa a ogni emissione.

Questa attenzione alla clausola serve anche a distinguere i diversi diritti patrimoniali. Qui la postergazione riguarda le perdite; un trattamento particolare degli utili o del patrimonio di liquidazione richiede altre previsioni e non ne deriva automaticamente. Le possibili differenze tra questi diritti sono approfondite nella guida alle azioni privilegiate.

Un esempio con due categorie di azioni

Si consideri una società con capitale di 100.000 euro, di cui 60.000 rappresentati da azioni A e 40.000 da azioni B, integralmente postergate nelle perdite rispetto alle A. Per concentrarsi sulla ripartizione tra le categorie, si assume che la perdita da imputare al capitale sia già stata determinata, dopo le verifiche e gli eventuali utilizzi delle riserve applicabili. L’esempio non ricostruisce la procedura societaria di riduzione.

Da questa situazione iniziale si possono osservare tre scenari alternativi. Con una perdita di 30.000 euro viene ridotta soltanto la classe A, che scende a 30.000, mentre la B resta a 40.000. Se la perdita raggiunge 70.000 euro, esaurisce i 60.000 della A e incide sulla B per i restanti 10.000. Quando assorbe tutto il capitale, viene eliminata anche la posizione della categoria protetta.

Scenari alternativi di riduzione del capitale, importi in euro
Perdita sul capitaleCapitale A residuoCapitale B residuoTotale residuo
30.00030.00040.00070.000
70.000030.00030.000
100.000000

Ogni riga parte dal capitale iniziale di 100.000 euro: i casi non sono fasi successive della stessa riduzione. Il prospetto mostra soltanto come viene ripartita la perdita. Se il capitale residuo scende sotto il minimo legale o viene interamente assorbito, occorre considerare anche i conseguenti provvedimenti societari, senza immaginare che la società possa continuare invariata con quei valori.

La protezione relativa non elimina il rischio

L’esempio chiarisce in che cosa consiste il vantaggio: una categoria può conservare il proprio capitale mentre un’altra viene ridotta o annullata. La protezione non può però tradursi in un’esclusione totale e permanente dalle perdite. Il Consiglio Notarile di Milano, affrontando il tema nelle S.r.l. e richiamando la disciplina delle S.p.A., precisa che anche la partecipazione postergata può essere infine ridotta o annullata.

La diversa incidenza della perdita modifica inoltre il peso relativo delle categorie sul capitale rimasto. Nel caso della perdita di 30.000 euro, la quota della B passa dal 40% a 40.000 / 70.000 ≈ 57,14%. Questa percentuale riguarda il capitale rappresentato: non misura un rendimento e non attribuisce automaticamente la maggioranza dei voti, perché diritti amministrativi e assetto di controllo seguono regole da esaminare separatamente.

Conservare il capitale rappresentato dalla categoria non significa neppure conservare il valore di mercato dell’investimento. La società ha comunque subito una perdita, che può modificarne prospettive, liquidità e valore dell’attività. Se esiste un mercato, la quotazione può quindi diminuire anche prima che quella categoria venga ridotta. Va inoltre ricordato che il capitale nominale utilizzato nell’esempio non coincide necessariamente con il prezzo pagato dal socio per acquistare le azioni.

Perdite, liquidazione e debito subordinato sono piani diversi

Il confine della tutela resta l’incidenza delle perdite sul capitale. Una clausola che disciplina questo aspetto non stabilisce da sola come verrà ripartito l’eventuale patrimonio residuo di liquidazione. L’articolo 2350 distingue i diritti agli utili e al patrimonio netto finale, mentre la disciplina della liquidazione tutela la soddisfazione dei creditori sociali. La postergazione nelle perdite non trasforma quindi l’azionista in un creditore privilegiato.

La stessa parola può assumere un significato economico diverso quando si passa dalle azioni al debito. Per il titolare di queste azioni, essere colpito dopo rappresenta un vantaggio relativo; nelle obbligazioni subordinate, invece, il creditore accetta di essere rimborsato dopo altri creditori. Cambiano sia il rapporto con la società sia la graduatoria considerata.

Anche la postergazione del rimborso di determinati finanziamenti dei soci, prevista dall’articolo 2467, appartiene al piano del credito. Nelle condizioni di applicazione della norma riguarda il socio finanziatore, senza creare una categoria azionaria.

Quali condizioni leggere prima di valutare la categoria

Per valutare la protezione occorre dunque individuare quali altre partecipazioni assorbano la perdita prima e fino a quale importo. A questa verifica vanno affiancate quelle sugli eventuali privilegi nei dividendi, sui diritti di voto e sulle condizioni di liquidazione: sono clausole distinte, che non formano un unico pacchetto implicito. Il confronto con le azioni ordinarie aiuta a ricostruire questi rapporti, senza presumere che tutte le ordinarie debbano essere sempre azzerate per prime.

Nell’esempio, la tutela della categoria B termina quando la perdita supera il capitale della classe A. In un caso reale, quella soglia dipende dallo statuto, dalle altre categorie presenti e dalla situazione patrimoniale. È il rapporto tra tale soglia e i diritti che restano esercitabili a dare contenuto economico alla postergazione.