Indice di rigidità delle fonti: formula, calcolo ed elasticità

L’indice di rigidità delle fonti esprime il peso delle fonti durevoli sul totale delle fonti, cioè patrimonio netto e tutte le passività dell’impresa. Nella riclassificazione finanziaria adottata qui, si calcola come (patrimonio netto + passività non correnti) / totale delle fonti. Aiuta a distinguere una struttura sostenuta da capitale proprio e passività a medio-lungo termine da una struttura più esposta alle scadenze ravvicinate.

La parola “rigidità” non è un giudizio di inefficienza: descrive la durata delle fonti. Un rapporto elevato non dimostra da solo che il finanziamento sia adeguato agli investimenti; uno basso non prova che l’impresa possieda poche immobilizzazioni.

Formula: prima definire il perimetro

Indichiamo con E il patrimonio netto, con Lnc tutte le passività non correnti e con Lc tutte quelle correnti. Adottando una riclassificazione coerente, il totale delle fonti è F = E + Lnc + Lc, uguale al totale attivo. L’indice è quindi r = (E + Lnc) / F; per ottenere una percentuale si moltiplica per 100. Il denominatore deve essere diverso da zero.

Il numeratore viene chiamato capitale permanente o insieme delle fonti durevoli. Il patrimonio netto non ha una scadenza contrattuale di rimborso come un prestito, ma può ridursi per perdite o altre operazioni. La sua presenza non equivale perciò a una riserva di denaro immediatamente disponibile.

Lnc non comprende soltanto i debiti bancari: considera le passività diverse dal patrimonio netto che, sulla base adottata, hanno carattere non corrente. Per una lettura per scadenza occorre riclassificare le poste secondo i tempi residui di esigibilità o di esborso; qui si utilizza l’orizzonte dei dodici mesi.

Come riclassificare le scadenze

La quota di un finanziamento pluriennale che scade entro dodici mesi va distinta dalla parte che resta a medio-lungo termine. Un prestito originariamente decennale non diventa interamente una fonte durevole solo per la sua durata iniziale.

Anche fondi, trattamento di fine rapporto e ratei o risconti richiedono attenzione alla natura della posta e ai tempi attesi: non vanno assegnati automaticamente tutti al breve o tutti al lungo. Se la tempistica è incerta, il criterio e i limiti della stima devono essere esplicitati. Il prospetto riclassificato deve restare riconciliabile con il bilancio.

Lo schema OIC 12 distingue le voci patrimoniali e richiede informazioni sulla scadenza dei debiti: la collocazione civilistica di una voce non sostituisce da sola l’analisi finanziaria delle scadenze.

La variante limitata ai debiti finanziari

Una formula più ristretta è (patrimonio netto + debiti finanziari a lungo termine) / totale delle fonti. In questa variante il numeratore considera soltanto una parte delle passività non correnti.

Se il denominatore rimane il totale del bilancio, quella variante non misura tutte le fonti durevoli. La quota esclusa può comprendere passività non correnti non finanziarie, oltre alle passività correnti. Di conseguenza, un valore basso della variante non dimostra, da solo, un ricorso prevalente al debito a breve.

Per questo l’interpretazione che segue usa la formula generale E + Lnc, con tutte le componenti dichiarate. Una misura costruita sulle sole fonti finanziarie (patrimonio netto e debiti finanziari) avrebbe un altro perimetro: numeratore, denominatore e confronti dovrebbero essere ridefiniti insieme, senza mescolare le due basi.

Esempio: rigidità ed elasticità delle fonti

Consideriamo valori ipotetici in migliaia di euro: patrimonio netto 300, passività non correnti 400 e passività correnti 300. Il totale delle fonti è 1.000 e la rigidità è (300 + 400) / 1.000 = 70%. Il 70% del totale corrisponde quindi a mezzi propri e passività non correnti.

L’elasticità delle fonti, nella stessa riclassificazione, è e = Lc/F: nell’esempio 300/1.000, cioè 30%. Vale r + e = 1 perché le componenti sono esaustive, riferite alla stessa data e misurate sulla stessa base. La complementarità non va estesa automaticamente alla variante che include soltanto i debiti finanziari a lungo termine.

Se dei 400 di passività non correnti soltanto 300 fossero debiti finanziari, la variante ristretta darebbe il 60%, non il 70%. Il suo complemento del 40% comprenderebbe il 30% di passività correnti e il restante 10% di passività non correnti escluse dal numeratore. Non sarebbe quindi una misura pura del finanziamento a breve.

Perché non basta conoscere la quota di fonti durevoli

Una struttura finanziaria coerente cerca, in genere, di sostenere gli impieghi che recuperano capitale su più anni con fonti altrettanto durevoli: è il criterio di correlazione temporale tra fonti e impieghi. La presenza di immobilizzazioni rilevanti può quindi accompagnarsi a un’elevata rigidità delle fonti, ma l’indice non dimostra da solo che l’abbinamento sia adeguato.

Manteniamo le fonti dell’esempio e cambiamo soltanto la composizione dell’attivo. Con immobilizzazioni per 850 e attività correnti per 150, le fonti durevoli di 700 non coprono tutte le immobilizzazioni: 150 trovano contabilmente copertura nel finanziamento corrente. Con immobilizzazioni per 500 e attività correnti per 500, le stesse fonti durevoli superano invece l’attivo immobilizzato.

La rigidità resta il 70% in entrambi i casi. Cambia il confronto tra durata degli impieghi e durata delle fonti: ecco perché un indice basso non implica meno investimenti a lungo termine e un indice alto non dimostra automaticamente equilibrio.

Per valutare la copertura degli investimenti fissi occorre un confronto specifico con le immobilizzazioni, distinto dalla composizione percentuale delle fonti. Il margine di struttura primario, per esempio, confronta il solo patrimonio netto con l’attivo fisso; non è l’indice di rigidità. La guida Bancopass di Assolombarda distingue la riclassificazione delle fonti dall’analisi della loro copertura degli impieghi.

Interpretazione e rischio di rifinanziamento

Una maggiore incidenza di passività correnti comporta più scadenze ravvicinate sul totale delle fonti. La pressione effettiva dipende però da come l’impresa incassa, dalla rotazione del magazzino, dalla stagionalità e dalla possibilità di rinnovare o sostituire i finanziamenti. Se gli attivi correnti non si trasformano in liquidità nei tempi attesi, possono emergere tensioni di tesoreria.

Fonti più lunghe possono ridurre la frequenza con cui occorre rifinanziarsi, ma presentano condizioni contrattuali, costi e vincoli da valutare nel caso concreto. Non sono sempre più costose, né quelle brevi sono sempre più convenienti. Anche una struttura con elevata rigidità può essere vulnerabile se gli attivi perdono valore o i flussi operativi peggiorano.

Valori tra zero e uno: una condizione, non una legge

Con totale delle fonti positivo e tutte le componenti E, Lnc e Lc non negative, la rigidità è compresa tra 0 e 1. La condizione sul patrimonio netto conta: con E = −50, Lnc = 20 e Lc = 130, il totale è 100 ma r = −30%. L’elasticità è 130% e la somma rimane 100%.

Un valore negativo segnala che il deficit patrimoniale supera le passività non correnti incluse nel numeratore. Non va letto come una normale durata negativa delle fonti. Per approfondire la componente di mezzi propri e i suoi casi limite, il riferimento è l’indice di autonomia finanziaria.

Prima del confronto tra imprese o esercizi diversi, verifica quindi formula, riclassificazione e perimetro. L’indice descrive una composizione a una certa data; la sostenibilità richiede anche informazioni su flussi e scadenze. Non sostituisce un processo completo di gestione dei rischi attivo-passivo.