Parità dei poteri d’acquisto: PPP assoluta e relativa

La parità dei poteri d’acquisto, o PPP dall’inglese purchasing power parity, collega il cambio tra due valute ai prezzi dei beni e servizi acquistabili nei rispettivi paesi. La domanda è concreta: quanto deve valere una valuta perché una stessa somma, una volta convertita, permetta di comprare lo stesso paniere? La risposta richiede però di distinguere il confronto tra livelli dei prezzi dalla loro variazione nel tempo.

La PPP assoluta confronta il costo di un paniere equivalente in due valute; la PPP relativa descrive invece quale variazione del cambio compenserebbe un diverso andamento dei prezzi. Sono due condizioni economiche, non una garanzia che il mercato adegui immediatamente il cambio. Le PPP statistiche impiegate nei confronti internazionali del PIL hanno poi una funzione di misura specifica, che non va scambiata per una previsione valutaria.

Parità assoluta: il prezzo dello stesso paniere

Indichiamo con S il numero di unità di valuta domestica D necessarie per acquistare un’unità di valuta estera F. Un aumento di S significa che comprare F costa più D. Se il medesimo paniere costa PD in patria e PF all’estero, la condizione di parità assoluta è:

PD = S × PF, quindi SPPP = PD / PF.

Un paniere che costa 120 D nel primo paese e 100 F nel secondo implica un cambio di parità di 1,20 D per F. A quel cambio, i 100 F necessari all’acquisto estero costano 120 D: le due spese sono equivalenti. I numeri sono illustrativi e non rappresentano un cambio di mercato o una stima relativa a paesi reali.

L’equivalenza dipende da ciò che si confronta. Quantità, qualità e composizione del paniere devono essere comparabili: un diverso assortimento di beni o servizi non misura soltanto un diverso livello dei prezzi. Non basta quindi prendere due indici nazionali che valgono entrambi 100 e concludere che il cambio corretto sia uno a uno. Il numero 100 può essere una semplice convenzione statistica, non il costo monetario dello stesso insieme di acquisti.

Dalla legge del prezzo unico ai panieri

L’intuizione parte dalla legge del prezzo unico: in assenza di ostacoli e costi, un bene identico scambiabile tra due mercati non dovrebbe avere prezzi diversi una volta espressi nella stessa valuta. Se una differenza è abbastanza ampia, comprare dove il bene costa meno e rivendere dove costa di più può esercitare una pressione sui prezzi. Conta però il margine effettivamente realizzabile dopo trasporto, imposte, dazi e altri costi, non il solo confronto tra due cartellini.

Passare dal singolo bene a un paniere nazionale rende la condizione più esigente. Un servizio locale non si trasferisce tra paesi come una merce standardizzata; anche prodotti apparentemente uguali possono includere qualità, distribuzione e servizi diversi. Inoltre i consumatori attribuiscono pesi differenti alle varie spese. La logica dell’arbitraggio non elimina automaticamente queste differenze: è lo stesso motivo per cui il confronto fra panieri non coincide con una strategia di arbitraggio finanziario su payoff equivalenti.

PPP relativa: il differenziale di inflazione

Per studiare le variazioni nel tempo è utile definire il rapporto q = S × PF / PD. Con prezzi monetari riferiti allo stesso paniere, q confronta la spesa estera convertita con quella domestica: q = 1 corrisponde alla parità assoluta. Con indici dei prezzi ribasati, invece, il livello numerico di q dipende anche dalla normalizzazione scelta e non certifica, da solo, una sopravvalutazione. Questa distinzione segue la formulazione del cambio reale illustrata dal FMI.

La PPP relativa impone che questo rapporto rimanga costante tra due date. Se πD e πF sono i tassi di inflazione cumulati nello stesso intervallo, la condizione diventa:

S1 / S0 = (1 + πD) / (1 + πF).

Ne segue che la variazione percentuale esatta della quotazione S è (πD − πF) / (1 + πF). Il semplice differenziale πD − πF è un’approssimazione, utile quando i tassi sono sufficientemente piccoli. Il denominatore diventa rilevante quando l’inflazione aumenta. Per la misura dell’aumento dei prezzi resta distinto il tema dell’inflazione e della deflazione; qui interessa come il loro differenziale entra nella condizione sul cambio.

Un esempio: 6% contro 2% non significa esattamente 4%

Riprendiamo il paniere da 120 D e 100 F, con S0 = 1,20 D/F. Se i prezzi domestici aumentano del 6% e quelli esteri del 2%, i nuovi costi sono 127,20 D e 102 F. Il cambio che conserva la parità è 1,20 × 1,06 / 1,02 = circa 1,24706 D/F: a questo cambio, 102 F costano esattamente 127,20 D, prima degli arrotondamenti espositivi.

L’aumento di S è quindi circa 3,9216%, mentre il differenziale di inflazione è 4 punti percentuali. Occorrono più D per comprare F: la valuta domestica si è indebolita in questa quotazione. Se si misura invece quanto F acquista una D, usando il cambio reciproco, la riduzione è circa 3,7736%. Le percentuali di una quotazione e del suo inverso non sono uguali e opposte, perché hanno denominatori diversi.

Il punto più importante non è però l’arrotondamento. La PPP relativa può valere anche senza parità assoluta iniziale. Con gli stessi prezzi, ma S0 = 1,32 D/F, il rapporto q parte da 1,10. Applicando lo stesso fattore 1,06/1,02, S1 diventa circa 1,37176 D/F e q resta 1,10. La condizione relativa ha conservato lo scarto iniziale: non lo ha corretto né ha dimostrato che il cambio di partenza fosse un valore di equilibrio.

Che cosa risolvono gli indici, e che cosa rimane aperto

Un indice dei prezzi permette di seguire la variazione del costo di un insieme di acquisti rispetto a una base. Se un indice domestico passa da 100 a 106, l’aumento è del 6%; ribasandolo da 200 a 212 si ottiene la stessa variazione. Il rapporto fra le crescite domestica ed estera rimane perciò invariato al semplice cambio di scala. È questa proprietà che consente di formulare la condizione relativa senza conoscere il costo monetario assoluto del paniere iniziale.

Rimane però da giustificare la scelta dei panieri e del cambio di riferimento. Ribasare un indice non rende identici i pesi di due paesi, non corregge differenze di qualità e non identifica una data in cui il cambio fosse sicuramente in equilibrio. La PPP relativa elimina la dipendenza dalla pura scala nel calcolo delle variazioni; non trasforma ogni coppia di CPI in una misura affidabile del valore assoluto di una valuta. Il problema della base e del fattore di scala va tenuto separato dall’aritmetica dell’inflazione.

Perché il cambio può discostarsi dalla PPP

La differenza tra prezzi dei beni e prezzo delle valute aiuta a capire i limiti della relazione. I listini possono adeguarsi lentamente, mentre il mercato dei cambi reagisce a notizie, rendimenti attesi e flussi di capitale. Costi commerciali e servizi non commerciabili impediscono inoltre un livellamento completo dei prezzi. Non c’è quindi una scadenza contrattuale entro cui uno scostamento dalla PPP debba chiudersi. La Reserve Bank of Australia considera i differenziali di inflazione insieme ad altre determinanti del cambio, senza ridurre il problema a una sola relazione.

Anche il riferimento di lungo periodo può cambiare. Un diverso andamento della produttività nei settori commerciabili, e la sua trasmissione ai prezzi dei servizi locali, può modificare il cambio reale: è il tipo di meccanismo discusso nell’ipotesi Balassa-Samuelson. Non ne segue una regola universale per valutare qualsiasi paese o una promessa di convergenza verso un rapporto fisso. Quando il riferimento è la dinamica con cui prezzi e cambi si aggiustano a una sorpresa monetaria, il tema specifico è invece l’overshooting nel modello di Dornbusch.

Le PPP statistiche nei confronti internazionali

Nelle statistiche internazionali, una PPP è un fattore di conversione costruito per confrontare volumi di spesa tra economie. L’International Comparison Program della Banca Mondiale combina prezzi di prodotti definiti in modo comparabile e dati di spesa della contabilità nazionale. Non si limita a dividere due indici dei prezzi al consumo o a convertire indistintamente tutte le spese al cambio di mercato.

Dividere la spesa nominale per la PPP pertinente consente di confrontarla depurandola dalle differenze di prezzo considerate nella misura. Occorre usare il fattore coerente con l’aggregato: una PPP del PIL e una PPP riferita ai consumi non hanno necessariamente lo stesso valore o la stessa interpretazione. La documentazione Eurostat distingue questi indicatori dai livelli relativi dei prezzi, ottenuti confrontando PPP e cambio nominale. Il PIL pro capite così convertito rimane una misura aggregata, non una descrizione completa del benessere o della distribuzione delle risorse fra persone.

Il confronto statistico non individua quanto una valuta dovrebbe valere per un investitore. La Banca Mondiale esclude esplicitamente l’uso delle PPP ICP come cambi di equilibrio o come prova che una valuta sia sottovalutata o sopravvalutata. Una differenza di prezzo può avere utilità analitica senza costituire un rendimento realizzabile sul mercato.

Come leggere correttamente un risultato PPP

Un calcolo diventa interpretabile quando sono chiari l’oggetto del confronto, la quotazione e le ipotesi. Il rapporto tra i costi dello stesso paniere risponde a una domanda sui livelli; il fattore tra le variazioni dei prezzi risponde a una domanda sull’evoluzione condizionata del cambio; una PPP statistica risponde a una domanda sui volumi di spesa. La parità dei tassi d’interesse riguarda invece rendimenti e flussi finanziari: non si può sostituire ai differenziali di inflazione nella formula precedente.

Prima di attribuire uno scarto a un errore del mercato, bisogna dunque chiedersi se si stanno confrontando davvero gli stessi acquisti e se il riferimento reale sia rimasto stabile. Se queste condizioni non sono sostenibili, il risultato resta un benchmark da interpretare, non un ordine di acquisto o vendita della valuta. La distinzione fra identità di calcolo e ipotesi economica è ciò che rende la PPP utile anche quando il cambio osservato non coincide con essa.