Alfa e beta descrivono due aspetti diversi della relazione tra un investimento e il mercato. Il beta misura la sensibilità stimata dei rendimenti a un fattore scelto; l’alfa di Jensen misura invece la parte del rendimento che il modello non spiega, una volta considerata quell’esposizione. La distinzione conta soprattutto quando si valuta un fondo: battere il benchmark in un periodo non equivale automaticamente ad aver prodotto alfa.
Beta: sensibilità al mercato
Il beta riassume la sensibilità stimata del fondo al benchmark scelto; formula e limiti della misura sono approfonditi nella guida generale al beta. L’alfa risponde a una domanda diversa: che cosa resta del rendimento dopo aver considerato quell’esposizione secondo il modello?
Alfa: rendimento rispetto al modello
Nel confronto tra i due indicatori, il beta descrive la sensibilità al benchmark mentre l’alfa di Jensen è la componente residua stimata rispetto a uno specifico modello. Definizione operativa, stima e limiti inferenziali sono approfonditi nella guida specialistica all’alfa di Jensen.
Perché battere il benchmark non basta
Il rendimento del fondo meno quello del benchmark è un rendimento relativo grezzo. Non coincide necessariamente con l’alfa di Jensen, perché non corregge per la diversa esposizione sistematica: un fondo con beta superiore a uno può sovraperformare in un mercato crescente senza avere un’intercetta positiva rispetto al CAPM. Al contrario, un rendimento relativo modesto può accompagnarsi a un’alfa positiva se il fondo ha ottenuto quel risultato con un’esposizione al mercato inferiore a quella implicata dal confronto. La conclusione dipende sempre dal modello dichiarato.
Anche un’alfa stimata positiva non dimostra da sola abilità. Occorre leggere l’incertezza della stima — per esempio errore standard e intervallo di confidenza — insieme a lunghezza del campione, costi, flussi, survivorship e specificazione del benchmark. Un valore positivo ma impreciso è compatibile con rumore campionario; una stima statisticamente distinguibile da zero resta comunque riferita al modello e al periodo analizzati, non garantisce risultati futuri.
Leggere alfa e beta insieme
Beta e alfa rispondono a domande diverse. Il beta descrive quanto il rendimento del fondo è stato sensibile al fattore scelto; l’alfa stima la componente media residua dopo aver applicato il modello. Un beta elevato non è di per sé prova di abilità né di sovraperformance, e un’alfa non riassume volatilità, drawdown, liquidità o rischio specifico. Per il calcolo del coefficiente nel caso di una società non quotata e per gli aggiustamenti legati alla leva finanziaria, si veda la guida specialistica al beta levered e unlevered; qui il focus resta la lettura congiunta delle misure di performance.
Per una valutazione professionale conviene quindi fissare prima la domanda: si vuole descrivere l’esposizione al mercato, confrontare il rendimento grezzo con un indice o stimare una performance residua rispetto a un modello? Nel primo caso il parametro centrale è il beta; nel secondo si osserva la differenza di rendimento; nel terzo si stima l’alfa e se ne valuta l’incertezza. Confondere i tre passaggi attribuisce al gestore un risultato che potrebbe dipendere semplicemente dall’esposizione assunta.
Conclusione
Alfa e beta diventano informativi quando sono accompagnati dalle ipotesi che li producono. Il beta è una sensibilità stimata rispetto a un fattore; l’alfa di Jensen è un’intercetta rispetto a un modello e non una prova automatica di valore creato. Separare questi significati permette di distinguere esposizione, sovra- o sottoperformance grezza e rendimento residuo corretto per il rischio, mantenendo visibile l’incertezza che ciascuna stima lascia aperta.
Riferimento essenziale
- Jensen, M. C. (1968), “The Performance of Mutual Funds in the Period 1945–1964”, The Journal of Finance, 23(2), 389–416, doi:10.1111/j.1540-6261.1968.tb00815.x.