Un CFD, o contratto per differenza, è un derivato che attribuisce a chi lo detiene un’esposizione al rialzo o al ribasso di un sottostante. Il risultato dipende dalla variazione del prezzo, livello o valore concordato tra apertura e chiusura; il contratto si regola in denaro e non trasferisce al cliente la proprietà dell’azione, della valuta o della materia prima usata come riferimento. Per questo un CFD su un titolo non equivale a comprare quel titolo.
Come si forma il profitto o la perdita
Il CFD stabilisce un’esposizione lunga o corta. In una posizione lunga, un aumento del sottostante tende a produrre un risultato positivo e una diminuzione uno negativo; nella posizione corta accade il contrario. Il payoff effettivo dipende da quantità, prezzo di apertura e chiusura, valuta e condizioni del contratto. Commissioni, spread e altri oneri vanno sottratti: una variazione favorevole del sottostante non garantisce quindi un profitto netto.
In forma semplificata, prima dei costi, il risultato è la variazione del prezzo moltiplicata per l’esposizione contrattuale. Se un cliente apre un CFD lungo con esposizione nozionale di 1.000 euro e il sottostante sale dell’1%, il risultato lordo è circa 10 euro; se scende dell’1%, la perdita lorda è circa 10 euro. Il calcolo cambia con il contratto e non rappresenta una previsione del risultato reale.
Margine e leva: due grandezze diverse dall’esposizione
Il margine iniziale è la somma richiesta per aprire una posizione; l’esposizione nozionale misura invece il valore di riferimento sul quale si calcola la variazione. Quando l’esposizione supera i fondi impegnati, si parla di leva: una variazione relativamente piccola del sottostante può allora incidere in misura maggiore sul margine e sul patrimonio disponibile nel conto. La leva amplifica sia gli esiti favorevoli sia quelli sfavorevoli, mentre costi calcolati sul nozionale possono pesare molto rispetto al margine versato.
Per esempio, con un’esposizione di 1.000 euro e un margine di 200 euro, il rapporto tra esposizione e margine è 5 a 1. Una variazione dell’1% del sottostante corrisponde a circa 10 euro lordi, cioè il 5% del margine iniziale, prima di costi e altri effetti. L’esempio serve a mostrare il rapporto tra le grandezze, non una regola universale sui margini applicati dai fornitori.
Il margine non è il prezzo pagato per acquistare il sottostante. Né la richiesta di reintegrare fondi né la chiusura automatica seguono in ogni prodotto la stessa sequenza: contano le regole applicabili, il saldo del conto e i termini del provider. Uno stop-loss può attivare un ordine senza garantire l’esecuzione al prezzo indicato, soprattutto quando il mercato si muove rapidamente.
Le protezioni per i clienti al dettaglio in Italia
La disciplina Consob applicabile alla commercializzazione, distribuzione o vendita di CFD ai clienti al dettaglio in Italia o dall’Italia prevede protezioni specifiche. Tra queste rientrano limiti all’effetto leva determinati in funzione del sottostante, una protezione di chiusura al raggiungimento del margine e una protezione da saldo negativo. La delibera Consob definisce il CFD in base all’esposizione lunga o corta e al regolamento in contanti, indipendentemente dal fatto che la negoziazione avvenga in una sede di negoziazione; distingue inoltre i CFD da futures, swap e contratti a termine sui tassi.
La chiusura al margine è calcolata sul conto CFD: quando i fondi, sommati agli utili netti non realizzati, scendono sotto il 50% del margine iniziale complessivo, il provider deve chiudere uno o più CFD. L’attuazione può prevedere la chiusura di singole posizioni secondo le regole applicabili; il 50% riguarda il conto e non va interpretato come soglia universale applicata separatamente al margine di ogni posizione. La misura non significa che ogni posizione sarà chiusa allo stesso modo né che il cliente non possa subire una perdita. La protezione da saldo negativo, per i clienti al dettaglio cui si applica, limita invece la responsabilità complessiva collegata ai CFD ai fondi presenti nel relativo conto di negoziazione. Non impedisce di perdere quei fondi e non va confusa con il margine iniziale versato per una singola posizione.
Queste protezioni hanno un ambito definito: non si devono estendere automaticamente a clienti professionali, a prodotti o giurisdizioni diversi, né usare per descrivere condizioni commerciali di uno specifico broker. Per conoscere i limiti e le condizioni applicabili a un’offerta occorre leggere i documenti contrattuali e l’avvertenza di rischio del provider.
Mercato di negoziazione e rischio di controparte
Molti CFD offerti al dettaglio sono negoziati fuori da una sede di negoziazione e presentano condizioni, prezzi di riferimento e costi stabiliti dal provider secondo il contratto. Esistono anche prodotti la cui negoziazione avviene in una sede: questo fatto, da solo, non dice chi sarà la controparte né prova che il contratto sia compensato centralmente. L’interposizione di una controparte centrale riguarda soltanto i contratti effettivamente sottoposti a clearing; non è una garanzia universale che elimina il rischio.
Quando il cliente stipula il CFD con un provider, il rischio di controparte comprende la possibilità che il provider non adempia agli obblighi dovuti. Le modalità di quotazione, esecuzione, compensazione e tutela dei fondi dipendono dai termini del prodotto e dall’intermediario. Per capire questo rischio è utile separare il mercato del sottostante dalla relazione contrattuale del CFD. I derivati OTC hanno un quadro bilaterale più ampio; i futures, invece, sono contratti standardizzati con caratteristiche e meccanismi di mercato distinti.
Regolamento in denaro e costi
Il CFD regola la differenza economica prevista dal contratto: non comporta la consegna del sottostante e non attribuisce, per esempio, diritti di voto o la titolarità dell’azione. I sottostanti disponibili possono includere valute, azioni, indici, materie prime e altri valori di riferimento, ma l’offerta varia tra provider e contratti.
Il risultato netto può essere influenzato da spread, commissioni, finanziamento overnight, conversione valutaria e altri oneri. Alcuni costi sono calcolati sull’esposizione nozionale e possono continuare finché la posizione resta aperta. Il confronto tra due offerte dovrebbe quindi considerare non soltanto il margine iniziale, ma anche il metodo con cui il provider determina i prezzi, gli orari di negoziazione, le modalità di chiusura e i costi complessivi.
Un CFD senza leva è un caso contrattuale, non una categoria universale
Un’esposizione può essere strutturata senza leva quando il margine richiesto coincide con l’intero nozionale, cioè con un rapporto 1 a 1. Questa descrizione dipende dai termini dell’offerta: l’etichetta “CFD senza leva” non basta a stabilire quale importo il provider richieda, come calcoli il nozionale o quali costi applichi. Prima di confrontarlo con l’acquisto diretto del sottostante occorre verificare il contratto e ricordare che il cliente continua a detenere un derivato, non l’attività sottostante.
Che cosa controllare prima di valutare un CFD
Prima di considerare una posizione, conviene ricostruire l’esposizione nozionale, il margine richiesto, l’effetto di movimenti avversi, le condizioni di chiusura, i costi durante il periodo di detenzione e la protezione applicabile al proprio conto e alla propria classificazione come cliente. Va inoltre verificato come sono determinati i prezzi e quale rischio deriva dalla controparte. Un CFD permette di assumere esposizioni diverse senza possedere il sottostante, ma questa flessibilità non riduce la complessità: il risultato dipende dal contratto, dalla leva e dal comportamento del mercato, mentre le protezioni regolamentari limitano alcuni rischi entro un ambito preciso.
Riferimenti: Delibera Consob n. 20976 del 20 giugno 2019; richiamo ESMA sui prodotti che rientrano nelle misure CFD, 24 febbraio 2026; avvertenza ESMA per gli investitori sui CFD.